In questo fenomeno presiede il seducente viaggio della riproduzione che si tramanda da generazioni con quell’ordinario rapporto interspecifico che recupera il miglior nutrimento per i popoli.
I popoli devono poter conservare la biodiversità semplicemente con la stessa cura di un tempo quando si custodivano gelosamente le semenze in barattoli da scambiare per le colture successive.
Eppure, nonostante le nostre attenzioni, l’esercito dei semi tende a diminuire e disperdersi tra i ripostigli della civiltà rurale; è una ricchezza varietale che miracolosamente sembra riapparire oggi con la dovuta energia e necessità di ritornare alle coltivazioni naturali e ai gusti dimenticati.
E quello che succede nel Salento, terra calorosa e fertile, dove le colture ortive trovano un buon substrato per crescere belle e sane utilizzando solo il buon senso e la passione.
Nascono gruppi di giovani agricoltori alla ricerca spasmodica di quelle antiche varietà che tipizzavano, prima della cosiddetta “erosione genetica”, un solido tessuto rurale, rivalutandole attraverso reali esigenze territoriali e produttive con mostre, convegni, sagre e corsi di formazione.
È anche il carretto del turismo sostenibile che rianima e invita a catalogare gli ecotipi salentini; è una breve kermesse che apre l’era di una nuova agricoltura in grado di risalire il vortice e l’invasione di varietà oscure e prive di percorsi emozionali.
Il dinamismo di questa felice ripresa diviene poi alimentazione razionale e armonica, resistenza e resilienza, capacità di adattamento ai cambiamenti del clima, alle pressioni antropiche e al falso etico di certa globalizzazione.
Gli ecotipi locali nel Salento sono una miriade: dalla patata di Galatina, che si è vista riconoscersi come denominazione di origine protetta, al pisello riccio di Sanicola e a quello nano di Zollino, dal cece nero di Tricase, alla cicoria di Otranto, prodotto agroalimentare tradizionale pugliese (PAT).
A Manduria, accanto ai secolari vigneti di primitivo, si coltiva la “ spureddrha bianca”, Cucumis melo, i meloni dolci, chiamati “minna de sora”, e i carciofi IGP del brindisino, ad accompagnare frise di grano Cappelli, d’orzo o di farro, una cascata di pomodorini da serbo e di smisurate “pastanache viola” di Tiggiano consacrate a sant’Ippazio e di altre varietà di piccoli e grandi frutti, dai fichi all’uva, dalle pere alle ciliegie, che meriterebbero un altro dettagliato elenco.
Nel Salento vige la biodiversità e una formidabile tempra genotipica che conquista i viaggiatori con il suo Negroamaro, la Malvasia nera di Lecce e le tormentate e delicate olive Cellina di Nardò e Ogliarola Leccese con il loro olio dolce e piccante. Sono piante da proteggere, piccole comunità che lodano la tradizione alimentare di un territorio, oggi sotto la lente degli ispettori europei per la triste questione della batteriosi.
Il Salento chiede aiuto, l’agricoltore locale, ora più che mai, è quell’identità che può ancora rialzarsi da una sconfitta crudele con il nerbo di chi vuol difendere la sua produzione, un rintocco umano che comprende la sua vera risorsa e che riesce ancora a raccontarsi a chi è disposto ad ascoltarlo
http://www.tagpress.it/ambiente/nel-salento-vige-la-biodiversita-20140326
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